Albania: frammenti di storia

//Albania: frammenti di storia
Impossibile comprendere l’Albania di oggi senza sfogliarne le pagine del passato. Qui, più che in altri  Paesi, è un atto di dovuto rispetto nei confronti di una storia che non ha precedenti nel panorama mondiale.

L’Albania soffocata e oppressa per secoli

Parliamo di un Paese soffocato e calpestato per secoli: conquistato dai turchi; aggredito dai vicini di ogni lato; dilaniato della seconda guerra mondiale e poi oppresso da una dittatura di inaudita ferocia e senza eguali, durata quasi cinquantanni.

Nel 1944, quando il primo governo comunista si insediò nella Tirana liberata dai nazisti, il 90% della popolazione albanese era povera e analfabeta, condizioni subito strumentalizzate per perseguitare la minoranza di intellettuali albanesi, pericolosi agli occhi della nascente società socialista.

Un progressivo e totale isolamento dal resto del mondo portò, dagli anni sessanta in poi, a un’autarchia assoluta. Troncate tutte le relazioni diplomatiche, il governo sigillò circa tre milioni di persone dentro i confini dell’Albania, nel cuore del Mediterraneo, dando vita ad un lunghissimo isolamento giustificato con la lotta al capitalismo. Una situazione politica senza precedenti. Nessuno poteva più entrare né uscire dall’Albania: l’istruzione, la comunicazione, l’informazione erano gestite dal partito che educava le masse al comunismo.

Mentre i Paesi dell’Est-Europa cominciavano un cammino democratico e di apertura, il padre della patria fece costruire mezzo milione di bunker per difendersi dal resto del mondo, si auto dichiarò ‘primo stato ateo del pianeta’ e si impegnò con violenza a distruggere la coscienza religiosa della gente con l’intento di sovrapporre la fede nel partito a quella religiosa.

Durante quel lunghissimo tempo, si diceva, “neanche agli uccelli era più permesso di volare sopra l’Albania“.

Per Enver Hoxha https://www.albanianews.it/memoria/enver-hoxha la separatezza della Nazione e l’isolamento culturale erano motivo di orgoglio nazionale  e i suoi 40 anni di totalitarismo intesero tenere lontana l’Albania dal mondo moderno. Nel 1985, alla sua morte, Ramiz Alia, suo delfino, gli subentrò alla guida del Paese e mantenne lo stesso scenario limitandosi a poche riforme e alla diminuzione delle pene per chi cercava di uscire illegalmente dal Paese.

Eppure, nonostante questa politica, la trasformazione della nazione si verificò, sotterranea e decisiva. La speranza si radicò negli intellettuali, negli operai e negli studenti portando alla caduta del regime.

L’Italia fu un riferimento decisivo per questa trasformazione. Attraverso l’ascolto clandestino della radio italiana prendevano corpo le riflessioni sulla libertà e sul benessere che tanto affascinava gli albanesi perché impetuosamente in contrasto con i cupi insegnamenti di Enver.

L’opposizione al regime arrivò e fu guidata da Sali Berisha, che insieme a studenti ed intellettuali fondò il Partito Democratico.

Insieme a lui più forze politiche scesero in campo generando tanta confusione politica, economica e sociale. Il due luglio 1990 è la data in cui migliaia di uomini, donne e bambini hanno gridato all’unisono contro quel regime e in massa si sono diretti alle ambasciate per chiedere asilo politico.

L’Albania è rimasta bloccata e chiusa al resto del mondo, confinata in un ghetto ideologico senza vie d’uscita, isolata da qualsiasi corrente culturale, sociale o politica, ritrovandosi, dopo quarant’anni non solo allo stesso punto di partenza, ma con in più il peso del ritardo accumulato in tutti i settori e le conseguenze negative, sopportate soprattutto a livello individuale, dovute alla totale mancanza di libertà ed alla tolleranza passiva del senso civico. Il collettivismo annienta la personalità e perverte il principio di responsabilità individuale.

La democrazia in Albania e l’esodo verso l’italia

La democrazia arrivò nel 91 con le prime elezioni libere della nazione. I giovani, per rendere concrete le loro speranze, cominciarono a raggiungere i porti ammucchiandosi in qualsivoglia imbarcazione alla volta di Bari e Brindisi, inaugurando un esodo irrefrenabile che partiva da Durazzo e Valona alla conquista della libertà.

Gli italiani ricevettero i profughi come fratelli, ma per il governo gli albanesi non erano perseguitati politici se non povera gente esasperata dalla crisi economica.

Diverse navi, fra cui la Tirana con a bordo 3.500 persone e la Lirija con 3.000, rimasero bloccate a largo del porto di Brindisi in attesa della decisione del governo. Gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’Italia che accordò un permesso di soggiorno straordinario della durata di un anno, nel corso del quale gli albanesi avrebbero dovuto dimostrare di non essere un peso per lo Stato Italiano. La comunità internazionale promise aiuti economici che tardarono ad arrivare e i militari smisero di fermare l’esodo, lasciando partire chiunque volesse per l’Italia. L’esodo si trasformò in emergenza quando la nave Vlora arrivò in Puglia con 20.000 persone a bordo, segnale che gli aiuti umanitari tanto promessi all’Albania per contenere il nuovo flusso, non erano arrivati in tempo.

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Dall’arrivo della Vlora lo sguardo fraterno degli italiani mutò in rifiuto. Gli albanesi furono chiusi in condizioni disumane nello Stadio della Vittoria di Bari e i  media iniziarono la campagna di stigmatizzazione del popolo albanese mentre con l’uso della forza si provvedeva al loro rimpatrio. La Comunità Internazionale approvò molti interventi di sostegno per aiutare l’Albania a rinascere dalle sue ceneri e nel 92 il Partito Democratico uscì vittorioso consegnando la presidenza della repubblica a Sali Berisha.

La nuova California e la Svizzera dei Balcani

Finalmente politici ed economisti occidentali guardavano all’Albania come “la nuova California” e la “Svizzera dei Balcani” ma il crollo di quelle speranze sopraggiunse nel 1997, anno che obbligò migliaia di albanesi a fuggire dalla crisi economica dovuta al fallimento delle finanziarie che generarono solo caos politico e bande criminali. Centinaia di persone restarono uccise per i proiettili sparati per aria o nel tentativo di scappare. Gli aiuti si rivelarono un grande bluff.

Il denaro in Albania entrava ma non si fermava, proveniva dall’estero ma all’estero ritornava non lasciandosi dietro alcuna ricchezza per la nazione. Per le famiglie l’unico investimento possibile era tentare di mandare un figlio all’estero. Le organizzazioni criminali straniere, principalmente italiane, cominciarono ad interessarsi all’Albania per le sue quantità di armamenti. La droga attraversava i Balcani per giungere in Europa dell’ovest. Capitale della criminalità divenne Valona, un vero e proprio paradiso per le società finanziarie. La situazione di confusione politica fu strumentalizzata e i partiti di sinistra incoraggiando le proteste costrinsero il governo alle dimissioni. Nel 97 si poteva morire dentro la propria casa, colpiti da proiettili vaganti, o accidentalmente per strada nel corso di regolamenti di conti tra bande rivali. Tutti possedevano un’arma per proteggere se stessi e le proprie famiglie.

L’esodo del 97 ha rappresentato una ferita profonda per l’Albania che ha perso centinaia di persone, morte nella speranza di raggiungere una vita migliore, negata dall’Italia che pur riconoscendo i corpi di donne e bambini nella tragedia del 28 marzo, considerava malavitoso ogni albanese che tentava di mettere piede in Italia. La forza militare internazionale richiesta dal governo di Tirana per ripristinare l’ordine nel Paese fu denominata Operazione Alba e portò gradualmente serenità al Paese ma l’instabilità politica generò ancora un nuovo esodo, quello del 98, anche se non raggiunse mai le proporzioni dei precedenti.

Le zattere del 91 che tentavano di attraversare l’Adriatico furono sostituite da un organizzato traffico clandestino di persone consenzienti, di traffico di droga, di vittime di tratta. E’ in questo preciso momento storico che va identificata l’alba della criminalità organizzata albanese, la sua nascita e il suo sviluppo. La posizione geografica dell’Albania la trasformò in porta dei Paesi dell’Est per entrare nell’universo occidentale. Nel 2002 l’Albania cominciò a adottare misure contro il traffico, e i piani di intervento del governo hanno portato a graduali, ottimi risultati.

L’Albania oggi è un Paese in crescente sviluppo

Oggi sono passati quasi venti anni. In questi ultimi due decenni le forme di migrazione sono cambiate, come pure l’idea che gli albanesi ne hanno. Oltre ad avere un’immagine più realistica del fenomeno, non sono più isolati e sono entrati a pieno titolo nel mondo moderno. Oggi, molti di loro tornano in Albania, una terra in continua evoluzione, un Paese giovane pulsante e in crescente sviluppo. Insieme agli albanesi anche tanti giovani studenti, lavoratori italiani e imprese vi emigrano. Oggi, dopo aver sfogliato tante pagine di storia, siamo noi italiani a “invadere” l’Albania arrivando sugli aerei, alla ricerca di un futuro migliore.

 

 

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